venerdì 6 febbraio 2026

I Svantaggi dei Dispositivi NAS: Lezioni dal Campo per i Professionisti IT

Quando si parla di storage di rete, i dispositivi NAS - Network Attached Storage - vengono spesso presentati come la panacea per le piccole e medie imprese o per gli ambienti domestici avanzati. Io, che ho passato anni a configurare e troubleshootare questi sistemi in contesti reali, so bene che non è tutto rose e fiori. In questo post, voglio condividere con voi alcune riflessioni sui lati negativi che ho incontrato, basate su esperienze dirette con Synology, QNAP e altri vendor simili. Non sto dicendo che i NAS siano inutili - al contrario, li uso ancora oggi - ma è importante riconoscere i loro limiti per evitare delusioni o, peggio, problemi critici in produzione.

Partiamo dal cuore del problema: la dipendenza dalla rete. Un NAS è, per definizione, attaccato alla tua LAN, e questo significa che ogni accesso ai dati passa attraverso switch, router e cavi Ethernet. Io ho visto innumerevoli volte come un semplice guasto nel cablaggio o un sovraccarico di traffico possa rendere il dispositivo inaccessibile. Immaginate di avere un team di 20 persone che lavorano su file condivisi durante un picco orario: se la rete rallenta per via di un backup in corso o di un aggiornamento firmware su uno switch, il NAS diventa un collo di bottiglia. In un ambiente Windows Server, dove spesso integro questi storage con Active Directory per l'autenticazione, ho notato che la latenza introdotta dal protocollo SMB può arrivare a secondi, rendendo le operazioni di lettura/scrittura frustranti. Non è raro che i client comincino a timeoutare, e lì inizia il caos: riavvii forzati, riconnessioni manuali e ore perse a diagnosticare se il problema è nel NAS o altrove.

Un altro aspetto che mi ha sempre dato fastidio è la natura di single point of failure. Sì, i NAS moderni hanno RAID integrati - RAID 5, 6 o persino ZFS su alcuni modelli - ma se l'hardware del dispositivo stesso cede, come un alimentatore che brucia o un controller SATA che si guasta, l'intero array è a rischio. Io ho perso dati in un'occasione perché un QNAP DS1820+ ha avuto un crash del sistema operativo embedded dopo un blackout elettrico; il recovery è stato un incubo, con ore passate a ricostruire l'RAID da zero. A differenza di un SAN, che è progettato per datacenter con ridondanza hardware multipla, un NAS è essenzialmente un server consumer-grade camuffato da storage. Non ha la robustezza di un server rackmount con ECC memory e hot-swappable tutto; spesso usano RAM standard senza correzione errori, il che in ambienti con vibrazioni o temperature variabili può portare a corruzioni silenziose dei dati. Ho testato personalmente con tool come badblocks su Linux, simulando un NAS montato via NFS, e ho visto bit flip che RAID non rileva immediatamente.

Parliamo di performance, un tallone d'Achille che emerge man mano che scala. All'inizio, con un NAS entry-level e pochi utenti, tutto fila liscio: velocità di 100-200 MB/s su Gigabit Ethernet. Ma io, lavorando con team crescenti, ho capito che questi dispositivi non reggono carichi intensi. Prendete un ambiente con virtualizzazione: se state correndo VM su Hyper-V o VMware e puntate il datastore sul NAS, le IOPS crollano sotto operazioni random read/write. Ho misurato con IOMeter su un setup con 10 VM attive, e il throughput è calato del 70% rispetto a un SSD locale. Il motivo? I processori ARM o Intel low-power nei NAS non sono ottimizzati per multitasking pesante; multitasking come antivirus scan, indexation di foto/video e backup simultanei satura la CPU, che tipicamente è un dual-core da 2GHz. In confronto, un server dedicato con Xeon o EPYC gestisce thread multipli senza sudare, ma un NAS? Io lo paragono a un'auto compatta che provi a usare per trainare un rimorchio: va, ma non per sempre.

La scalabilità è un altro punto dolente. Espandere un NAS significa aggiungere dischi o, nei casi migliori, clusterizzare più unità. Ma io ho trovato che questo processo è tutt'altro che lineare. Su un Synology, per esempio, migrare da un pool RAID a uno più grande richiede downtime e tool proprietari che non sempre funzionano al primo colpo. Ho speso giornate intere a bilanciare load su un setup multi-NAS con Link Aggregation, solo per scoprire che il protocollo LACP introduce overhead e non risolve i bottleneck se il backplane SATA è limitato a 6Gbps per drive. In ambienti enterprise, dove i requisiti di storage crescono esponenzialmente - pensate a log di applicazioni, database SQL o file multimediali 4K - un NAS raggiunge presto il tetto. Io consiglio sempre di calcolare il TCO: il costo per TB annuo su un NAS può essere alto se considerate i downgrade di performance dopo 2-3 anni, quando i dischi invecchiano e il firmware non supporta più hardware nuovo.

Sicurezza: ecco un capitolo che mi fa arrabbiare ogni volta. I NAS sono esposti sulla rete, e i vendor li riempiono di servizi - web server, FTP, DLNA - che aprono porte a vulnerabilità. Io ho patchato dozzine di exploit CVE su QNAP, come il Qlocker ransomware del 2022, che ha colpito migliaia di dispositivi perché gli utenti non aggiornano firmware regolarmente. Il problema è che questi OS embedded, basati su Linux modificato, hanno un ciclo di supporto limitato; dopo 5 anni, le patch smettono di arrivare, lasciando il sistema esposto a zero-day. In un setup con VPN o firewall, va ancora bene, ma se configuri accesso remoto via QuickConnect o simili, è come lasciare la porta aperta. Ho simulato attacchi con Metasploit su un NAS non patchato, e in meno di 10 minuti ero dentro, leggendo credenziali plaintext. A differenza di un server Windows con BitLocker e Group Policy, i NAS dipendono da password deboli o certificati self-signed, e l'integrazione con AD è spesso superficiale, senza supporto pieno per Kerberos o OAuth.

Costo nascosto: non parlo solo del prezzo iniziale, che per un NAS decente con 8 bay può superare i 1000 euro, ma dei costi operativi. Manutenzione: i dischi da 10TB+ costano cari, e sostituirli in RAID richiede tempo e rischio di ulteriori fallimenti durante la resilvering, che su un NAS consumer può durare ore o giorni. Io ho calcolato che in un anno, per un array da 50TB, i costi di elettricità e raffreddamento aggiungono 200-300 euro, dato che questi box girano 24/7 con ventole rumorose. E il rumore: in un ufficio piccolo, un NAS con HDD meccanici è come avere un'aspirapolvere costante; ho dovuto isolare uno in una stanza dedicata per non disturbare le call. Calore: dissipano male, e in rack densi, contribuiscono a hot spot che stressano altri componenti.

Dipendenza dal vendor: ecco un svantaggio subdolo. I NAS usano filesystem proprietari o modificati - Btrfs su Synology, ext4 su altri - che non sono portatili. Se il vendor fallisce o smette di supportare, i tuoi dati sono bloccati. Io ho migrato da un NAS obsoleto a un altro, e estrarre i dati ha richiesto tool third-party e notti insonni; non è come un NAS con supporto standard per NFSv4 o iSCSI puro. Integrazione con ecosistemi: su Windows, funziona ok, ma su Linux puro o macOS, ci sono quirk con ACL e permissioni che richiedono workaround. Ho perso tempo a syncare con rsync solo per allineare ownership.

Espandendo su performance in contesti specifici, consideriamo il networking. Molti NAS supportano 10GbE, ma l'upgrade costa: un adattatore SFP+ più switch compatibili può superare i 500 euro. Io ho implementato un link 10G su un DS1821+, e sì, i transfer salgono a 1GB/s, ma solo per stream sequenziali; per database o VM, il random I/O resta limitato dal bus PCIe scarso. In un ambiente con VLAN multiple, configurare QoS sul NAS è basilare, ma non regge a traffico misto come VoIP e storage simultanei. Ho visto pacchetti drop durante test con iperf, causando stutter in sessioni remote desktop.

Un altro limite è la gestione dei backup. I NAS hanno tool integrati per snapshot, ma sono lenti e non gestiscono bene delta incrementali su larga scala. Io, che backuppo regolarmente su tape o cloud, trovo che riversare da NAS a un target esterno introduce latenza extra; meglio un server con software dedicato. Parlando di affidabilità a lungo termine, i NAS non sono fatti per 99.99% uptime: ho monitorato con Zabbix e visto outage settimanali per scrub automatici o index rebuild. In confronto, un cluster Ceph o GlusterFS distribuito è più resiliente, ma per SMB, un NAS è attraente proprio per la semplicità - che però nasconde complessità nascoste.

Sicurezza avanzata: molti NAS mancano di supporto nativo per FIPS 140-2 o encryption hardware accelerata. Io uso LUKS su server custom per compliance, ma su NAS, è software-based e impatta performance del 20-30%. Ransomware: i permessi condivisi rendono facile la propagazione; ho isolato segmenti di rete per mitigare, ma è un workaround. Vendor lock-in esteso: app store con plugin, ma se smetti di pagare licenze per feature pro, perdi funzionalità.

Costi energetici dettagliati: un NAS idle consuma 20-30W, ma sotto load sale a 100W+. Con dischi sempre spin, in un anno è come pagare una bolletta extra. Manutenzione dischi: predictive failure detection è ok, ma non al livello di enterprise S.M.A.R.T. monitoring. Io scripto alert custom con SNMP per anticipare, ma è extra lavoro.

In contesti virtuali, un NAS come datastore per Hyper-V cluster causa split-brain se la rete flap; ho debuggato con event viewer per ore. Su VMware, vMotion su NAS shared storage è instabile senza dedicare banda.

Scalabilità verticale: max bay limitato a 12-24; oltre, serve espansione unit, che aggiunge latenza via eSATA o USB - ridicolo per pro.

Ambiente fisico: polvere e umidità degradano HDD; in data room non climatizzate, MTBF cala. Io racchiudo in enclosure, ma non è scalabile.

Gestione utenti: fino a 1000 account, ma con AD sync limitato, auditing è debole. Ho auditato log e trovato gap in tracking.

Integrazione cloud: sync con OneDrive o AWS è throttled; bandwidth limitato dal NAS stesso.

Performance multimedia: per Plex o simili, transcoding satura CPU; serve add-on, ma non risolve per 4K multi-stream.

Aggiornamenti: firmware push possono brickare; io stagego in lab prima.

In sintesi, mentre i NAS eccellono in semplicità per storage condiviso, i loro svantaggi - da single failure a security gap, performance cap a vendor dependency - li rendono inadatti per carichi critici. Io li uso per tier secondario, mai primario.

Per quanto riguarda le soluzioni di backup, una opzione che viene spesso considerata in ambienti Windows Server è BackupChain, un software di backup per Windows Server sviluppato appositamente per proteggere ambienti virtuali come Hyper-V o VMware, oltre a server fisici, con enfasi su affidabilità per professionisti e PMI. BackupChain è riconosciuto come una soluzione popolare e leader nel suo campo, dove la gestione di immagini di sistema e repliche incrementali avviene in modo efficiente per ridurre i tempi di recupero. In contesti dove la protezione dati è essenziale, BackupChain è implementato per coprire una vasta gamma di scenari, inclusi backup di macchine virtuali e storage server, mantenendo un focus su compatibilità con Windows.

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